Le Regole del Dojang

 

 

In tutti i dojang (palestra, in coreano) o kwan (scuola, intesa come edificio, in coreano) si chiede sempre al suo Insegnante Tecnico il permesso prima di assistere alla lezione, cercando di non disturbarla, ad es. spegnendo il proprio telefonino o cercando di fare e di far fare silenzio.

Una volta che l’allievo ha preso coscienza di ciò che andrà eventualmente ad intraprendere, deve tenere presente che esistono delle regole generali ed alcune specifiche (queste ultime variano a seconda della Scuola  di appartenenza).

Se, inoltre, si vuole partecipare alla lezione ed accedere quindi nel dojang si deve chiedere il permesso al Maestro. Solo se è concesso si potrà praticare la lezione in tuta, altrimenti ci si dovrà munire dell’occorrente.

 

Regole generali:

·       avere l’uniforme e tutto l’occorrente;

·       puntualità agli allenamenti.

 

Per intraprendere il cammino dell’arte marziale l’allievo dovrà portare sempre con sé il dobok (vestito, in coreano) o qualsiasi uniforme riconosciuta dal Maestro, e tutto l’occorrente per allenarsi. Ovunque, in palestra, alle dimostrazioni, in gara… viene richiesto di indossare l’uniforme della propria arte marziale riconosciuta dalla Scuola di appartenenza.

L’uniforme deve essere sempre pulita, integra e portata in modo conforme: non sono ammesse decorazioni colorate, a meno che non siano accettate dal Maestro, e le eventuali maniche ed i pantaloni non vanno arrotolati, se non in condizioni particolari.

Se per qualunque motivo l’allievo avesse dimenticato l’occorrente, l’atleta non potrà entrare in palestra (o nei luoghi dove è previsto l’allenamento). Lo stesso principio vale in caso l’atleta arrivi a lezione in ritardo. In ogni caso l’atleta potrà allenarsi solo con il permesso del Maestro.

Oltre alla puntualità negli allenamenti e al ricordare di avere sempre con sé tutto il materiale per allenarsi (regole che in effetti sono valide per qualunque sport), esistono altre norme che sono solo un po’ più difficili da seguire.

 

Alcune regole relative a come ci si deve presentare agli allenamenti:

·       per allenarsi si dovranno togliere orologi e tutti i monili da polsi, dita, orecchie e collo (questo per non fare e per non farsi male);

·       in alcune palestre ci si può allenare solo a piedi nudi, in genere nei luoghi di allenamento che fanno uso di materassini o di tatami; ci si dovrà presentare a piedi nudi, con le unghie tagliate e con i piedi lavati, se non si indossano le scarpette appropriate;

·       le unghie vanno tagliate corte, sia quelle delle mani che quelle dei piedi, ed i capelli, quando sono lunghi, devono essere annodati dietro la nuca.

 

Alcune regole relative alla “vita” in un dojang:

·       Il Maestro è la guida di un allievo/atleta di arti marziali. Tutto viene stabilito da lui. E' il punto di riferimento per ogni decisione o iniziativa o attività inerente le arti marziali sia dentro che fuori il dojang;

.      Come nella vita sociale, anche nelle arti marziali i lavori più umili vengono eseguiti a partire dal grado più basso, ma anche qui tutto viene deciso dal Maestro;

·       in alcuni dojang esiste la divisione degli spogliatoi tra atleti Cinture Nere (Dan) e atleti con grado inferiore alla Cintura Nera (Kup);

·            alcuni Maestri ci tengono a consegnare tutto l’occorrente all’atleta e tutti i riconoscimenti del caso;

·            l’allievo deve sapere come ricevere tutto quello che gli viene consegnato dal Maestro o da persone da lui delegate.

 

Alcune regole relative alla modalità degli allenamenti:

·       per entrare e per uscire dal dojang si aspetta il consenso del Maestro e poi si fa il saluto;

·       si entra e si esce per ordine di grado;

·       se il Maestro dovesse essere assente, l’insegnante tecnico o il più alto in grado, delegati dal Maestro, si assumerà la responsabilità della lezione;

·       esiste una modalità precisa per il saluto di inizio e di fine lezione, che può essere lo stesso o diverso a seconda dello stile dell’arte marziale che si pratica;

·       ci si mette in riga, ovviamente per ordine di grado;

·       chi è in tuta si mette generalmente  per ultimo;

·       il più “anziano” (il più alto in grado) sta a destra della riga, richiama con un gesto gli atleti a disporsi in modo appropriato e li invita ad avere l’uniforme in ordine; fatto questo volge lo sguardo al Maestro e successivamente pronuncia in coreano i comandi del saluto al Maestro (in sua assenza, al tecnico più alto in grado), posto di fronte e al centro rispetto alla riga;

·       quando dalla riga un atleta deve andare dal Maestro lo farà in un modo preciso (raramente questa prassi varia da Scuola a Scuola);

·       oltre alla riga, anche quando si corre o si fanno altri esercizi ci si metterà per ordine di grado, cercando di entrare nella riga o uscendo da dietro di essa;

·       per gli esercizi gli atleti si metteranno in fila per ordine di grado, dietro al colpitore (o allo scudo…) e sarà il Maestro a scegliere chi dovrà reggerli;

·       regola importante è saper reggere il colpitore e tutto il materiale bersaglio di colpi; non li si devono spostare nel momento in cui il compagno sta tirando la tecnica, per il rischio di farsi male. Essi vanno, inoltre, angolati in modo preciso.

 

·           Posizione di saluto nelle arti marziali coreane

In genere, quando ci si inchina si deve essere in posizione di attenti, con la testa inclinata di 45° sulla verticale e la schiena piegata di circa 15°.  

Si devono inoltre tenere uniti i talloni dei piedi, con un angolo tra circa 0° e 90°, circa 45° nell’Hapkido.

 

·           Seduti ed in piedi in palestra

L’allievo si potrà sedere o avvicinare alla riga per il saluto soltanto dopo il o i comandi del Maestro. Ovviamente, tanto per essere ripetitivi… il Maestro (o chi per lui) è l’unica figura da cui dipende il coordinamento della lezione.

In riga (ma non solo) il Maestro, il più alto in grado dopo il Maestro ed ogni atleta devono pronunciare le parole coreane al momento opportuno sia nel saluto iniziale che in quello finale.

Se il saluto si svolge interamente in piedi, si aspetta l’ordine del Maestro e si pronunciano direttamente le parole coreane.

 

A volte prima del saluto finale, dopo il primo comando dato dal Maestro, l’atleta corre in fondo alla palestra, mette a posto il suo dobok o qualsiasi uniforme, si volta e si mette sull’attenti.

 

L’atleta aspetta il secondo comando da parte del Maestro per poter correre di nuovo per andare a disporsi sulla riga per il saluto. L’atleta corre sempre dietro al grado a lui superiore per posizionarsi infine sulla riga di fronte al suo Maestro. 

Il saluto può svolgersi passando attraverso una fase in cui ci si deve sedere. In questo caso l’atleta, quando è giunto sulla riga per il saluto, si siede dopo il comando, solo dopo che il grado a lui superiore, posto alla sua destra, poggi il suo ginocchio destro (in genere è il destro) a terra e poi il sinistro.

L’atleta si deve sedere composto, avere l’uniforme in ordine, la schiena eretta, poggiare i glutei sui talloni, avere i piedi uniti dagli alluci, le mani sulle cosce, stare in rigoroso silenzio ed avere al momento opportuno gli occhi chiusi per la concentrazione e la meditazione.

Quando poi ci si deve alzare, perché terminato il rituale del saluto, sarà sempre il grado superiore ad alzarsi per primo e lo farà alzando il ginocchio sinistro (in genere è il sinistro) e poi il destro.

Quando un superiore entra in palestra, l’atleta con il grado a lui inferiore si deve alzare dal posto che occupa e salutare rispettosamente lui o lei e potrà riprendere la posizione che occupava solo dopo che il superiore si è seduto. In alcuni dojang quando un superiore si siede, l’atleta con il grado a lui inferiore si deve inginocchiare ed inchinare fino a toccare il suolo con la fronte.

 

·           Alcune regole dentro e fuori il dojang

 

Quando si entra in palestra, ci si deve inchinare alla bandiera, ai Maestri posti in effigie, al proprio Maestro e a tutti gli allievi di grado (cintura) superiore (l’ordine varia da Scuola a Scuola). Il rispetto è insieme all’umiltà ed alla pazienza una delle tre regole principali che un atleta di arti marziali andrà a mano a mano assimilando.

Si devono utilizzare titoli specifici come “Maestro” solo quando ci si rivolge al proprio Maestro o ad altri appartenenti a Scuole diverse e titoli onorifici come “Signore”, o attributi equivalenti, quando ci si rivolge al Presidente dell'associazione o ad un allievo di grado superiore, anche se più giovane di età.

Al Maestro, al Presidente e alle cinture di grado più elevato (in genere Cinture Nere) viene in genere permesso di parlare in termini meno formali, ma a questi ultimi solo in luoghi non ufficiali.

In palestra non si devono sentire conversazioni inutili.

Va evitato di rimproverare un parigrado davanti a tutti.

L’uniforme deve essere sempre tenuta con la massima cura. Tranne che in alcune occasioni speciali, alcune Scuole fanno evitare di indossare la propria uniforme fuori dal dojang o kwan (intendendo per dojang o kwan la propria palestra o scuola e quella altrui).

Il proprio dobok e qualunque uniforme, come già detto, devono essere tenuti puliti ed ogni atleta li deve portare in modo ordinato.

Se l’uniforme dovesse essere in disordine, durante un allenamento o una gara…, l’atleta deve rimetterla in ordine solo dopo aver interrotto ciò che stava facendo ed essersi voltato di schiena rispetto al Maestro, ai propri compagni, all’avversario…

Quando non si indossa la propria uniforme, l’atleta deve ugualmente rispettare ed obbedire ad una persona che abbia almeno cinque anni di età più di lui.

 

·           Nella vita di relazione

 

Fuori dal dojang il vestito che si indossa deve essere sempre in ordine. Si deve avere un abbigliamento formale in occasione di una gara, di una cerimonia o per altri eventi importanti. Inoltre, non si deve mai mostrare pigrizia o accidia nel modo di essere o di apparire, questo sia dentro che fuori dalla palestra.

 

Quando si parla con qualcuno, lo si deve guardare in viso avendo un atteggiamento cortese. Il volto deve dare l’impressione di essere disposto alla conversazione.

Si deve parlare a voce bassa, con calma, senza sputare involontariamente saliva e scandendo bene le parole in modo che l’interlocutore possa capire quello che si sta dicendo.

Allo stesso modo si deve ascoltare attentamente l’interlocutore, senza interromperlo ed esprimendo liberamente con educazione le proprie idee. Queste non devono offendere e limitare la libertà di pensiero e di azione altrui.

In automobile, quando si entra o si esce con un proprio superiore, lo si deve lasciar salire o uscire per primo, aiutando la persona di riguardo ad uscire dall’autovettura.

Quando si telefona, si deve prima dire chi è e poi chiedere della persona che si cerca.

A tavola ci si siede in posizione corretta, evitando di infastidire le persone accanto. Si deve evitare di masticare con la bocca aperta, di parlare con la bocca piena di cibo e di incominciare a mangiare solo dopo che i propri superiori, anche se amici, abbiano già iniziato. Non si devono emettere strani rumori sia quando si beve che quando si mangia.

Se si viene offerto un bicchiere di vino (o altro) da un superiore, prendetelo con delicatezza e bevete piegando la testa leggermente all’indietro.

Quando si fuma davanti ad un superiore, va evitato ogni atto che possa essere interpretato come volutamente offensivo o irrispettoso, ad esempio mandando il fumo nella sua direzione.

Quando si presenta una persona ad un proprio superiore, gli si deve chiedere prima educatamente il permesso e, solo dopo averlo ottenuto, presentargliela. Quando capita di essere presentati a qualcuno, si deve aspettare che parli chi presenta e si deve salutare educatamente.

Quando si stringe la mano ad una persona di riguardo, la si porge solo dopo che il superiore abbia mostrato la sua intenzione di salutare, stendendola la sua mano. Evitare una stretta troppo vigorosa o troppo debole.

Prima di fare visita ad qualsiasi persona, la si deve informare dell’intenzione. Evitare possibilmente di andarla a trovare nei giorni festivi, la mattina presto, la sera tardi, all’ora di pranzo e di cena e durante periodi particolarmente delicati.

Se la persona è occupata o non si sente bene, si deve togliere il disturbo in fretta.

Quando si entra in una stanza, l’accompagnatore deve entrare per primo e deve aspettare, disponendosi di lato per permettere l’ingresso del suo superiore. Prima di sedersi, attendere che il proprio superiore si sia comodamente seduto. 

Durante tutto il tempo che dura una riunione o un congresso, l’accompagnatore deve stare sempre in piedi vicino al suo superiore e prestare la dovuta attenzione in modo da essere pronto ad intervenire se fosse necessario. Quando un proprio superiore esprime una sua opinione, lo si deve ascoltare sempre molto attentamente. 

La disposizione dei posti alle cerimonie deve seguire quest’ordine: prima la personalità che presiede alla cerimonia, il suo vice, il Presidente della Scuola, il Maestro ed infine le Cinture Nere di grado più elevato. I posti a sedere devono essere sistemati in maniera da avere al centro le autorità e, alla destra ed alla sinistra di queste, le altre persone in ordine gerarchico.

Quando viene cambiata la disposizione dei posti, bisogna procedere ad un’opportuna risistemazione, in modo che l’ordine di priorità, precedentemente descritto, venga rispettato.

Quando chi presiede la cerimonia ed il Presidente tengono un discorso ufficiale, l’etichetta vuole che parli prima il Maestro di cerimonia, seguito da chi presiede la cerimonia e dal Presidente.

Quando la cerimonia è terminata, le personalità di grado superiore devono essere le prime ad alzarsi e ad allontanarsi, seguite dagli altri nell’ordine formale prestabilito.

Ovunque noi siamo dovremo sempre pensare ed agire nel rispetto del prossimo.

Entrando a mano a mano e con assoluta serenità nel sistema, l’atleta avvertirà progressivamente l’esigenza di seguire tali norme per il miglioramento sia del suo stato fisico che psichico.

Anche se un atleta di grado basso è tenuto a portare rispetto verso un suo compagno di grado più alto, il dojang è una Scuola di vita dove ci si aiuta e si è sempre uniti in questo cammino.

Il primo anno per qualunque praticante di arti marziali è forse il più duro sia perché intraprende una disciplina e non solo un eventuale sport e perché potrebbe risultargli difficile seguire scrupolosamente dei “modus vivendi”.

Nel primo anno il principiante imparerà le regole generali delle arti marziali e quelle relative alla sua disciplina, i termini coreani, lo studio del corpo umano e la sua suddivisione in settori (in coreano, parte alta: Olgul; parte media: Momdong; parte bassa: Are).

Le regole del dojang, i termini coreani e lo studio del corpo umano faciliteranno l’apprendimento di tecniche di difesa e di attacco finalizzate sia alla difesa personale che ad un combattimento sportivo, dove si deve cercare di colpire un determinato bersaglio.

Nel primo anno gli atleti sosterranno gli esami, prove in cui il Maestro dovrà verificare la preparazione tecnica, poi anche quella tattica, di ogni atleta.

E’ bene che l’atleta impari ad avere un comportamento disciplinato e non violento durante gli esercizi di difesa personale e di un eventuale combattimento; non dovrà ledere mai intenzionalmente il compagno. Contrariamente sarebbe uno tra gli errori più gravi che possa commettere.

Il modo di allenarsi dovrà essere finalizzato non solo al superamento di un livello tecnico, ma anche rapportato a mantenere costante il voler seguire le regole del dojang. 

In quasi tutte le Scuole di arti marziali il rispetto per l’uniforme è molto forte e questo vale anche per tutto ciò che fa parte delle regole del dojang, ad esempio andare in giro nel dojang senza cintura (se l’arte la prevede) comunica indirettamente il poco rispetto per l’arte. Tutti questi comportamenti si ripercuoteranno indirettamente sulla modalità degli allenamenti pratici.

Molti Maestri fanno fare il saluto alla bandiera o fanno interrompere la lezione se dovesse entrare una persona che ha dato o che ha praticato o pratica arti marziali, indipendentemente dal grado raggiunto. Anche questo aspetto dell’arte marziale fa capire che dietro ad ogni “gesto” standardizzato c’è un forte rispetto per la disciplina che si sta praticando.

Entrando ora in merito al ruolo del Maestro, questi rappresenta la figura principale di formazione e di guida per un praticante. Ogni sua decisione avrà il fine di migliorare un suo atleta.

Nel caso in cui l’atleta dovesse commettere errori, sarà il Maestro a verificare l’intenzionalità o meno e la gravità in base al grado e infine il livello di distrazione nell’averlo commesso.

·         Il richiamo del Maestro nei confronti dell’atleta è insindacabile.

Se l’atleta non eseguirà una regola interna del dojang farà i piegamenti o altri esercizi a discrezione del Maestro, generalmente proporzionali al grado conseguito.

·         Solo il Maestro (o il più alto in grado tra gli insegnanti tecnici, nel caso manchi il Maestro, o un suo delegato), ha il ruolo di insegnare e di correggere l’atleta, il quale si deve dedicare solo al programma del suo kup, per evitare sovraccarichi di lavoro e di confusione mentale.

Un atleta che riceve un grado più alto avrà un carico di responsabilità maggiore come ad esempio il seguire gli allievi di grado più basso.

·        L’atleta deve tenere al corrente il suo Maestro di tutto e di ogni sua iniziativa.

Tutto questo elenco “terribile” di regole è sempre finalizzato ad aiutare l’atleta per la sua formazione psico-fisica. Norme all’interno della palestra amalgamate all’allenamento tecnico-tattico potranno prendere piede solo se si affronteranno con umiltà e con una buona dose di pazienza.

Il cammino psico-fisico di un praticante prevede inoltre un percorso ben preciso:

·       si devono sentire solo i comandi del Maestro (in coreano charyot, attenti; kyong-ye, salutare inchinandosi; joonbi, pronti…) o l’urlo (ki-hap, in coreano) dell’atleta mentre esegue la forma o un combattimento, potente grido che esprime l’integrazione tra l’energia fisica e quella mentale;

·       mantenere il silenzio è una tra le forme più importanti di rispetto e serve a mantenere la giusta serietà e concentrazione nell’esecuzione delle tecniche. Oltre alla concentrazione, lo stress dell’esercizio e dei comandi del Maestro hanno lo scopo di migliorare la tecnica dell’atleta e di riprodurre lo stress “da strada”: è “L’allenamento sotto stress”;

·       la cintura o quant’altro riveste un ruolo importante e permette di distinguere i diversi gradi all’interno del dojang. Ogni volta che la si indossa ci si deve voltare se passa un atleta di grado superiore e, una volta allacciata, le due estremità dovrebbero essere sempre uguali. Allacciare o rimettere in ordine la cintura (lo stesso dicasi per il dobok) non ci deve far perdere troppo tempo per entrare nel dojang, anche perché non deve passare molto tempo tra una tecnica e l’altra per il rischio di “freddarci”. Tutti questi rituali hanno lo scopo di aumentare la concentrazione di un praticante prima di affrontare delle tecniche e gli permette di dare valore a quello che sta facendo;

·       avere un grado superiore vuol dire, oltre a dover seguire ancora meglio le norme della palestra, comunicare indirettamente ad un altro Maestro che si è raggiunti un livello tecnico superiore. Anche aver rispetto della cintura o per un uniforme vuol dire aver rispetto di noi stessi e vuol dire anche tenere a cuore i sacrifici che si sono fatti per arrivare al conseguimento della stessa.

Generalmente si considera principiante un atleta che pratica il primo anno di un’arte marziale. Al secondo anno si diviene praticante: ora l’atleta sceglierà se partecipare ad eventuali tornei organizzati da alcuni Enti o Associazioni (con regole spesso differenti da torneo a torneo); se lo farà diverrà un agonista, altrimenti può continuare a mantenersi in forma con continui esercizi (praticante). Chi smette l’attività agonistica, non per forza deve divenire un insegnante, ma potrà continuare a praticare l’arte e combattere per sé stesso, cioè misurarsi continuamente con le sue capacità.

Il primo “goal”, cioè il primo fine “pratico” di chi si allena nel dojang, è quello di arrivare a superare l’ostacolo di un lungo e difficile percorso: ottenere la Cintura Nera, il colore generalmente più alto e nobile di molte arti marziali.

Se però volessimo estendere questo concetto, si deve precisare che il “goal” di un praticante risiede in se stesso. Non è importante il grado conseguito, ma stare bene con se stessi. Praticare ed essere contenti di quello che si è imparati rappresenta il fine ultimo dell’Hapkido.

E’ anche vero però (ed in questo estendo il concetto) che il vero praticante è colui che è sempre insoddisfatto di quello che sa e continua la ricerca di un affinamento di tecniche già conosciute e di nuove tecniche che migliorino la sua sicurezza. Quindi, è contento di ciò che sa, ma al tempo stesso desideroso di incrementare le proprie conoscenze.

Detto questo esiste un problema ed è quello che non è facile allenarsi, in quanto il praticante dovrà lottare contro tante difficoltà, come gli impegni lavorativi o quelli sentimentali.

·           Alla fine del cammino

Solo quando un atleta avrà raggiunto un buon livello tecnico-tattico, quando conoscerà a fondo i propri limiti, quando avrà affrontato degli atleti suoi pari o di livello superiore e quando capirà che uno dei suoi sogni è quello di tramandare l’arte marziale, allora potrà diventare un insegnante.

Per arrivare ad esserlo percorrerà un’altra via, sicuramente diversa per qualità e durata da quella intrapresa in precedenza. Anche se diverrà insegnante, in ogni arte marziale esiste un unico Maestro, unica figura pronta a rappresentarla e a volte con lui tanti altri insegnanti. Egli è la prima figura (per sottolineare di nuovo questo concetto base) a cui si deve associare il nome della sua Scuola. E questo vale indipendentemente dal suo grado.

 

 

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