La filosofia delle arti marziali coreane

 

 

 

Come in ogni società organizzata anche coloro che praticano le arti marziali hanno una serie di regole codificate che stabiliscono i rapporti tra i singoli individui.

Queste norme fondamentali costituiscono la struttura portante delle arti marziali coreane e sono: il rispetto, l’umiltà, la pazienza, la lealtà, la cortesia, la perseveranza e la giustizia.

 

Questi principi comprendono non solo il comportamento degli allievi all’interno della palestra, ma anche e soprattutto il loro rapporto con il mondo esterno.

Gli obiettivi principali della maggioranza di coloro che studiano le arti marziali sono focalizzate su due idee fondamentali: l’apprendimento di un congruo numero di tecniche marziali ed il desiderio di stare bene in salute.

Entrambi tali obiettivi non sembrano determinare direttamente qualcosa di negativo per i praticanti. Inoltre, cosa c’è di male nell’apprendere molte tecniche anche da diverse arti marziali quando il livello tecnico personale ne beneficia sicuramente? Cosa c’è di sbagliato nell’adattare l’arte appresa ai tempi attuali per riproporla meglio al pubblico ed ottenere così un buon prodotto commerciale aumentando gli introiti?

Il problema fondamentale è nella perdita delle tradizioni marziali che hanno attraversato i secoli attraverso la fedeltà ed il sacrificio di grandi praticanti, i quali hanno pensato prima alla crescita dell’arte e poi alla soddisfazione dell'ego. Con lo scemare delle tradizioni marziali, i nomi delle arti moderne hanno perso il loro significato pregnante divenendo termini generici.

Ogni arte marziale contiene, in quanto via di crescita specifiche tecniche, regole uniformi e filosofie comportamentali. Non si tratta solo di conglomerati più o meno coerenti di tecniche di combattimento, ma di veri e propri modi di vivere. Se un praticante si occupa solo di apprendere tecniche di combattimento può essere un bravo sportivo oppure un combattente di strada, ma non può dichiararsi praticante di arti marziali.

 

Le tecniche marziali (Mu Sool) sono suddivise 4 categorie:

·         Nae Gong (tecniche interne);

·         Wae Gong (tecniche esterne);

·         Moo Gi Gong (studio delle armi tradizionali);

·         Shin Gong (studio della mente).

 

Le tecniche di guarigione (In Sool) furono invece suddivise in 6 categorie:

·         Ji Ap Sool (agopressione);

·         Chim Gu Sool (agopuntura);

·         Yak Bang Bop (erbe medicinali);

·         Jup Gol Sool (intervento sulle ossa);

·         Hwal Bop (interventi speciali);

·         Ki Ryuk Sool (guarigione tramite il Ki).

 

Hwarang O Kae, i Cinque Codici della condotta umana, stabiliti dal monaco buddista Won-kang:

·         Sa Gun E Choong – "Fedeltà alla propria patria";

·         Sa Chin E Hyo – "Fedeltà ai genitori ed agli insegnanti";

·         Kyo Woo E Shin – "Fiducia e fratellanza tra amici";

·         Imejon Mutwae – "Coraggio di non arretrare di fronte ai nemici";

·         Salseang Yootaek – "Non uccidere senza la necessità".

Le arti marziali venivano insegnate seguendo questi cinque principi, così da diventare un modello di vita per i giovani praticanti ed un codice di condotta etico-morale indispensabile per favorire un corretto uso dell’arte..

 

Oggi questi principi sono contenuti negli Undici Comandamenti che possono essere applicabili a qualsiasi arte marziale:

·         Fedeltà al tuo paese;

·         Rispetto dei tuoi genitori;

·         Fedeltà alla sposa;

·         Rispetto dei tuoi fratelli;

·         Lealtà verso gli amici;

·         Rispetto degli anziani;

·         Rispetto dei tuoi insegnanti;

·         Non uccidere ingiustamente;

·         Spirito indomabile;

·         Fedeltà alla tua Scuola;

·         Termina ciò che inizi.

Hwa Rang Do Kyohoon:

·        

 

 

 

 

 

 

 

Rapporto Maestro e Allievo

Il rapporto che si instaura tra Maestro e allievo di Hapkido è la parte più importante che rappresenta l'arte marziale. L'Hapkido non basa la sua filosofia nel conseguimento di un diploma, ma su valori etici e morali da riportare nella pratica di tutti i giorni. Il rapporto Maestro-allievo è parte integrante del programma della formazione dell'allievo. Tra loro si instaura progressivamente un rapporto di fiducia che va oltre il legame tra un insegnante di passaggio ed il suo studente. 

Il Maestro è il Caposcuola, colui che insegna e tramanda l'arte ai suoi istruttori e ai suoi allievi. L'Istruttore ha il ruolo di insegnante incaricato dal Maestro di divulgare l'arte seguendone e facendo seguire i principi teorici e pratici ai suoi allievi.

L'allievo apprende gli insegnamenti con umiltà e segue la via dell'onestà e della pratica dell'arte marziale con fedeltà e sacrificio.

Il rapporto tra Maestro/Istruttore e allievo non è legato solo alle tecniche di difesa personale apprese durante una lezione, ma è un legame che va oltre l'autodifesa. Il rispetto, la cortesia, l'umanità... sono alla base del principio che li lega.

Un allievo non è tale se considera il suo insegnante solo un mezzo per imparare delle tecniche di difesa. Il legame tra i due andrà via via consolidandosi nel tempo solo se verranno rafforzati i principi etici-morali con un duro allenamento.

 

La bandiera coreana

La bandiera della Corea del Sud (Taegŭk) si può definire una bandiera filosofica.

I simboli presenti all'interno della bandiera della Corea del Sud sono tutti improntati alle filosofie orientali, a partire dal cerchio centrale, noto con il nome cinese di Yin e Yang, per finire con quelli periferici, i “trigrammi”, che appartengono al confucianesimo e derivano dal famoso testo cinese di divinazione I Ching (Libro dei mutamenti).

Nel cerchio interno, la parte superiore, rossa, rappresenta lo Yang, o elemento attivo, mentre quella inferiore, blu, rappresenta lo Yin, o elemento passivo.

Gli elementi fondamentali sono i due principi opposti, provenienti dal taoismo cinese, i quali esprimono il dualismo del cosmo: fuoco e acqua, maschile e femminile, giorno e notte, caldo e freddo. Il concetto fondamentale è che nella vita e nella storia c'è un continuo alternarsi degli opposti, mantenendo però un perfetto equilibrio nell'universo.

Le tre linee continue in alto a sinistra rappresentano il cielo, mentre quelle discontinue poste nell'angolo opposto rappresentano la terra, e così il simbolo in basso a sinistra, con due tratti continui e uno discontinuo, rappresenta il fuoco, mentre quello in alto a destra è il suo opposto e rappresenta l'acqua.

 

Le 3 parole simbolo dell'Hapkido

Nelle palestre di Hapkido si possono trovare varie parole scritte in coreano.

Quelle che da tempo caratterizzano la filosofia dell'Hapkido sono:

1) Cham - pazienza

2) Sa Rang - amore

3) In Nae - costanza

Altre importanti parole possono essere comunque presenti nell'Hapkido e anche in altre arti marziali coreane, ma quelle che da molti anni vengono essere più di tutte divulgate nelle principali scuole di Hapkido rimangono Cham, Sa Rang e In Nae.

 

Il Sijo

La forma poetica che più si è distinta come autenticamente coreana è stato il sijo, sorta di poesia breve, spesso improvvisata in speciali occasioni. Il più grande poeta di sijo resta Yun Sŏn-do.

 

Inno nazionale

La musica dell’inno nazionale coreano, un “canto d’amore per la patria”, fu composta da Ahn Eak-tai (1906-1965) su parole di ignoto e adottato dalla Corea del Sud a partire dal 1948.

 

Vita in un tempio buddista

Poter accedere in un tempio buddista e partecipare ai ritiri è accessibile a tutti, anche agli stranieri e a chi non è buddista. Prima di entrare in un tempio buddista si deve avere depositato i propri averi; si è privi di tutto, salvo una specie di tuta grigia rilasciata dal tempio.

In questo modo inizia il tempo dedicato all'introspezione nelle giornate di ritiro in un tempio buddista, senza alcuno dei propri beni terreni. Prendendosi un momento di respiro dalla complessa vita della città, chi partecipa a un ritiro nel tempio esercita la propria mente e il proprio corpo attraverso la meditazione Sŏn (equivalente allo Zen giapponese) e facendo 1080 inchini, il tutto nel più completo silenzio. L'esperienza, che dura da tre a cinque giorni, può arricchire molto la propria vita.

Dopo le preghiere del mattino i partecipanti fanno una passeggiata attorno al tempio montano.

Haeinsa è un grande tempio, molto antico, che ha salvaguardato le radici del buddismo in Corea. È anche famoso per aver conservato i blocchi per la stampa del canone buddista Tripitaka Koreana. La vita del tempio inizia alle tre del mattino ai colpi ripetuti del moktak, una specie di piccolo tamburo a forma di zucca, di legno, con una fessura e cavo all'interno, usato esclusivamente dai monaci buddisti per accompagnare il canto dei sutra. Coloro che partecipano al ritiro escono dalle loro celle e si dirigono verso Taeungjon, la sala principale in cui si trova una statua di Sakyamuni, il Budda storico. Quando sono tutti riuniti, il rumore del moktak si interrompe e inizia il suono del pokpo, un grande tamburo che si trova sospeso in un padiglione. Questo viene seguito da 33 squilli cristallini del pomjong, una campana buddista, e poi ancora dal suono del mogo, uno strumento a percussione di legno, a forma di pesce, usato nei rituali buddisti, e per finire dal suono dell'unpan, una lastra di metallo a forma di nuvola. Il suono di tutti questi strumenti serve a svegliare tutte le cose nella natura e nell'universo.

A questo punto iniziano le preghiere del mattino. Vi partecipano anche i monaci che si sono isolati per la clausura estiva. I canti dei sutra riempiono l'aria e i monaci si inchinano 1080 volte, pregando ardentemente per ottenere modestia e umiltà. Durante questo esercizio, l'intero corpo si può dire che faccia un bagno di sudore, ma la mente si rinfresca.

Quando sorge il sole, tutti i partecipanti si siedono sul pavimento a gambe incrociate l'uno di fianco all'altro e iniziano la meditazione Zen, concentrati e con gli occhi socchiusi. Se qualcuno sembra assopirsi, il monaco istruttore provvede a svegliarlo con un colpo di chupki (una spada di canna di bambù) su una spalla. Il chupki non fa male, ma produce un gran rumore.

Se chi prende parte al ritiro si aspetta di passare delle giornate tranquille di riposo sorbendo il tè in un fresco paesaggio di montagna, si sbaglia di grosso e troverà insopportabile alzarsi così presto al mattino per pregare e per star seduto fermo in meditazione. Infatti, buona parte dei partecipanti abbandona il tempio già al secondo giorno. Star seduti per terra a gambe incrociate con un piede sul ginocchio della gamba opposta è molto doloroso per chi non vi è abituato e questa ora di meditazione può diventare un vero tormento.

Quando viene il momento del pasto, i partecipanti al ritiro si dispongono (ancora seduti a gambe incrociate) di fronte a un gruppo di quattro ciotole di legno, chiamate paru, contenenti rispettivamente riso, minestra, un contorno e acqua. Si dice che un monaco possa andare ovunque se ha un kasa, l'abito da monaco, e il gruppo di ciotole, cucchiaio e bastoncini. Anche nel consumare il pasto vi sono regole da seguire: non si deve fare alcun rumore e si deve mangiare sollevando la ciotola. Inoltre si deve mangiare tutto, senza lasciare neppure una grana di riso. Dopo il pasto, ognuno deve pulire accuratamente le proprie ciotole con l'acqua.

L'esperienza dei 1080 inchini è unica in quanto non si tratta di inchini alla nostra maniera: si inizia stando in piedi a mani giunte e poi ci si deve inginocchiare e inchinare fino a terra, con la fronte, le braccia e le mani che toccano terra. Dopo aver fatto l'inchino, si deve fare scorrere un grano del rosario di 108 grani e ci si rialza per ricominciare, e questo per 10 interi rosari! Non ci si può riposare troppo fra un inchino e l'altro perché l'inchino deve essere effettuato in tempo con il colpo della canna di bambù che l'istruttore fa sentire. È una vera fatica fisica. Alcuni del partecipanti, dopo un certo numero di inchini non riescono più neppure ad alzarsi e continuano a fare gli inchini semplicemente nella loro mente. Alla fine l'istruttore fa sentire il suono del moktak che segnala la fine dell'esercizio.

Alle dieci di sera tutte le luci vengono spente e ci si ritira a dormire.

I templi più grandi, come Haeinsa e Songgwangsa, conducono ritiri per tutto l'anno. Molti altri templi offrono solo ritiri estivi, da tre a cinque giorni, focalizzati sul chwason, o “star seduti in meditazione”. I ritiri di solito comprendono lezioni sulla dottrina buddista e sulla cultura tradizionale, il canto dei sutra, le preghiere del mattino e pellegrinaggi ai templi montani. Chwason e mugon (“mantenere il silenzio”) sono elementi comuni a tutti i ritiri.

Chwason è una meditazione che si effettua seduti nella posizione del loto, con gli occhi socchiusi, mentre si allontanano da sé tutti i pensieri del mondo esterno. Anche se questo non sembra difficile all'inizio, è facile lasciarsi prendere dalla sonnolenza e nella mente possono passare una quantità di pensieri che distraggono. I partecipanti ai ritiri devono mantenere il silenzio per tutto il tempo del ritiro. Mantenendo il silenzio, ci si rende conto che parlare senza ponderare a fondo quello che si dice è una cattiva abitudine che deve essere abbandonata.

 

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